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Prefazione

note di Gigi Razete
tratte dal CD "voci del dove"
con musiche di Giovanni Mattaliano

   
 

Uno strumento... senza tempo

Quale ne sia la natura costruttiva, ciascuno strumento ha nella specificità del proprio suono l’elemento maggiormente distintivo, quello che ne individua immediatamente la storia, i percorsi, le tradizioni e le culture musicali cui ha prestato il proprio canto. Storie tutte diverse e tutte affascinanti che affiorano immediatamente non appena ne percepiamo le vibrazioni della voce caratteristica, sia che si tratti di una tromba, di una chitarra, di un sassofono, di un violino, di un tamburo oppure di una fisarmonica. Benché quella del clarinetto sia storia relativamente recente – circa trecento anni – e nonostante diffusione e pratica possano apparire inferiori a quelle di altri strumenti, questo aerofono d’ebano vanta una suggestione ed un potere evocativo che ne ampliano la dimensione espressiva e la radicazione nel nostro immaginario assai più di quanto sarebbe lecito attendersi. La ragione di ciò, ancor più che nelle sue straordinarie proprietà coloristiche e nella capacità di amalgamarsi con altre voci strumentali, probabilmente va ricercata nella sua natura fortemente pervasiva: dalla sinfonica alla cameristica, dalla lirica alle bande di paese, dal jazz al liscio, dalla contemporanea alle tradizioni etniche europee (segnatamente quelle balcaniche e yiddish).

Il clarinetto, insomma, è strumento tanto colto quanto popolare, aristocratico e stradaiolo, antico e moderno, struggente e di frizzante allegria, realizzando in ciò una sorta di sorprendente “democrazia musicale” che ignora steccati stilistici e barriere culturali. È il suo trillo e il suo glissando ad annunciare il tema della Rapsodia in Blu di Gershwin; è la seducente eleganza dei suoi fraseggi a segnare per intero l’Era dello Swing dominata da Benny Goodman e Artie Shaw; sono le sue sortite ad irrompere nell’Incompiuta di Schubert o nel Freischütz di Weber o, ancora, in molte pagine di Verdi, Puccini, Wagner, Mozart, Debussy, Ravel, Strauss, Stravinskij; è il suo timbro, attraverso le invenzioni melodiche di Alphonse Picou e Sidney Bechet, a mediare il contrasto tra trombe e tromboni nelle formazioni di New Orleans ed a marchiare l’epopea dixieland; è, ancora, il suo continuo pencolare tra gioia e tristezza a rendere unica buona parte della musica klezmer; è la fantasia delle folate improvvisative di Buddy De Franco, Jimmy Giuffre, Eric Dolphy e Tony Scott a dargli nuova anima ed a schiudergli inediti scenari nella storia del jazz moderno; è, infine, il contributo del suo ubriacante fraseggio a rendere irresistibili le danze macedoni accese dalla Kočani Orkestar oppure di elevare a pura elegia musiche per funerali e matrimoni, leggende zingare, litanie bizantine, folk balcanico e pop occidentale delle fanfare di Goran Bregović.

Giovanni Mattaliano, nonostante una carriera ancora giovane ed in piena parabola ascendente, è ormai da parecchi anni che dedica energie al clarinetto con una proposizione che, al contempo, è fatta di lucida riflessione speculativa e di istintivi abbandoni passionali. La sua nuova incisione "Voce del Dove" fissa un momento importante nello sviluppo della sua estetica e si pone non già come traguardo quanto, piuttosto, come altura da cui spingere lo sguardo su un orizzonte ancora più ampio ed intrigante. Le sei dense tracce, grazie anche alla magica corrispondenza d’intenti istaurata con Del Barba e, in un brano, con Palmisano, rivelano che dello strumento d’ebano Mattaliano ha colto in pieno la natura pervasiva, ne ha assecondato la versatilità, ne ha scandagliato le possibilità espressive, ne ha saputo respirare la storia passata e presente e, soprattutto, è riuscito a coglierne senza sforzo apparente l’anima stessa: quella di un suono unico, capace di danzare tra eleganza formale e libertà improvvisativa, tra arditezze sperimentali e spontaneità popolare, tra complessità delle strutture ed agilità espositiva, tra purezza acustica e (come in “Lune Rosse”) sobri trattamenti elettronici, tra modernità e tradizione. Il tutto, e davvero non è poco, nel segno di una musica di ascolto assai agile e piacevole.

Gigi  Razete - 5 luglio 2008

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